vieni vicino alla finestra che ti vorrei parlare
gesti fatti solo per riempire il tempo necessario a liberare fuori le parole - aggiustarsi la piega della gonna, spingere indietro i capelli, cercare un posto neutro dove far riposare lo sguardo, come l’asciugamano altrui sulla sabbia bollente ancora lontana del bagnasciuga, prima di metterti gli occhi in faccia e cominciare a parlare.
sarebbe bastato per una esistenza produttiva e dignitosa, o forse felice, il tempo impiegato per capirci. messo continuativamente, c’è gente che nel mentre è anche morta.
non è un rapporto sequienziale, raggiunto un punto fermo lo si prende per acquisito e diventa un elemento stabile su cui darsi la spinta per proseguire. ma per niente. ricrolla tutto, con l’aggravante che ormai si è troppo lontani e si resta aggrappati con le dita bianche per lo sforzo sulla parete nuda, a inventarsi un equilibrio.
e l’affetto non e mai stato messo in discussione, stancamente. come ribadire il senso di scorrimento del sangue, si sa, si conosce, non occorre averne costante coscienza perché prosegua dove è giusto che vada.
ma il fatto di volere bene ad una persona comporta come conseguenza inevitabile e autonoma di averci un rapporto?
non ti sembra che l’essere complici e sguaiatamente felici siano episodi diluiti fino a rompersi nello sforzo fisicamente stremante di comprendersi e mediare a capire e aspettare e perdonare e tacere reazioni e trattenere e negare la paura che
forse non è possibile, sarebbe bello ma non ci riusciamo?
e la frustrazione mi sgualcisce, tormentandomi le mani, perché è capitato che fossimo con le spalle appaiate, e anzi, è successo proprio quando non è costato alcuno sforzo.
pensando con una sola voce.
da un po’ riusciamo a consentirci accanto solo usando silenzio.





