You feel like a bug!

22 April, 2008

svolta a sinistra

Filed under: Diario — scritto da Stee @ 9:17

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thomas dworzak, iran,tehran, valissr, upper part, man looking at woman in traffic jam.

mi lasci una corda cortissima, da padrone disattento che usa la crescita del latrare fuori dal supermercato per misurare il tempo, con quegli occhi tirati.
adesso tu mi agganci qui e non vedo possibilità di lasciare questo spazio casuale che ci contiene entrambi, dovrò organizzarmici la vita da ora in poi.
non sarà neppure tanto faticoso, alla fine, almeno la vita in comune nasce già ingombra dei ricordi partecipativi degli altri - ti ricordi il giorno che ci siamo conosciuti, stavamo incolonnati aspettando che cambiasse il semaforo per girare, poi tu hai superato l’abitacolo della golf blu alla mia sinistra tendendo lo sguardo fino a me, (e l’uomo della golf annuirà dicendo come stesse andando al lavoro un po’ più tardi del solito perchè prima era andato a far tirare il bollo sopra il fanale che si era procurato la domenica mattina nell’uscire dal parcheggio del centro commerciale) che avevo compreso subito e quindi spento il motore, se n’era accorto perchè la carrozzeria aveva smesso di vibrare il ciclista colla mano appoggiata dall’altra parte (un aprile così freddo non se lo ricordava da anni) e da allora abitiamo tutti per strada in coda in corso cairoli.
l’ineluttabilità del fatto che mi hai avvitato sul paveè mi resta perfino leggera, se allungo il sedile non dormirò poi così scomodo, e mi è sempre piacita l’idea di svegliarmi e vedere il fiume, se centro lo sguardo sotto l’arco sembra pure di stare a parigi.
però tu riavvolgi gli occhi e li ricomponi sotto le ciglia, inserisci la marcia e trascini via partendo il filo da stendere che avevo già sistemato tra la tua antenna e la mia, mentre io non sono pronto, i testimoni dietro mi suonano senza nessun pudore.
è bastato il verde perchè non mi amassi più.

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21 April, 2008

sempre perfettamente la sera prima di andare a dormire

Filed under: Diario — scritto da Stee @ 9:32

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cornell capa, london, 1952, alec guinness transforming himself with makeup

sgocciola fuori sincro l’ombello dall’estremità di plastica, troppo lento rispetto all’ambiente - solo lunedì ma già raschiata via ogni pietà da risveglio molle - e traccia la strada in illustrazione dell’eco dei passi stridenti delle suole di gomma. traccia la scia traccia i pensieri, che deve riconvogliare togliendo lo schermo degli auricolari.
si agita come un cane prima di levarsi l’impermeabile rovinando la nettezza dell’ultima parte del sentiero bagnato, nel mentre risponde sorridendo cordiale ma affaccendato, per lasciare addosso al collega che si è affacciato a salutarlo la buona impressione che motiva gli inviti che continua a ricevere il mercoledì sera però lo disincentiva ad eventuali conversazioni, oltre a dargli quell’allure di dedizione al lavoro nella misura perfetta. e il tutto con un solo angolo di sorriso.
allunga la mano per prendere una busta dalla corrispondenza già in attesa sulla sua scrivania e si ritrae la camicia nei 2 cm di esistenza standard sbocciata dalla manica della giacca, così mostrando una virgola viola di unghiata, la pelle intorno un po’ gonfia da infezione. lui riallunga il polsino ma si rende conto come basti un minimo gesto ordinario della mano per riavvolgere la manica, allora sfila l’orologio dal polso sinistro e ci copre il destro, pensando di non dover neppure spiegare l’inversione dal momento che è una sua consuetudine nota, quando si deve imporre di ricordare qualcosa, portare l’orologio a destra.
il metallo gli preme sul graffio e ne descrive in maniera costante i lembi che quasi visualizza la mano che gli premeva i polsi contro al muro e il pollice conficcato sempre più infondo tra le vene fino a quando non si era arreso ad un mugolio.
il telefono prima si illumina e poi suona nel suo interno, lui tiene la voce appena più bassa dell’ordinario e conseguentemente anche l’impiegata abbassa la voce per emulazione di eleganza, solo per tamponarsi la testa ed adeguarsi all’ovattamento. basterà mangiare qualcosa a pranzo e le tempie prenderanno ad allentarsi.
la camicia è ben chiusa fino sotto al mento, perchè il collare l’aveva allacciato troppo alto - non sa ancora bene dove mettere il pomo d’adamo, poi la verità è che gli rigira nella memoria spuria la nozione per cui a spingerlo troppo forte si muoia, e si vergogna troppo per chiederlo davvero come pure di usare google in merito.
in ogni caso i lividi veri e maggiormente traccianti - tre circoli di impronte, indice medio e pollice opposto - sono sull’interno e esterno delle sue cosce, amorevolmente contenuti dal fresco di lana dei pantaloni, e si chiede se basterà saltare una sola partita di calcetto, e quindi il corripondente sodale e maschio denudamento da doccia per una settimana, per far degradare il viola in blu e poi in verde e poi in giallo.
l’impiegata bussa lieve sui vetri della porta e poi si avvicina per porgergli dei fogli e gli sembra che impigli per qualche secondo più del consueto lo sguardo sulla sua faccia sfogandosi in un sorriso. ha bevuto ma non tanto da cerchiargli gli occhi e lividi sulla faccia - è stato istericamente attento - non ne ha.
pensa di aspettare il tempo opportuno da non mettere gli episodi in evidente collegamento causa effetto per andare in bagno a millimetrarsi la faccia.
lo scalpitio prestazionale, sedie che si allontanano e si avvicinano dai pc, tacchi che si puntano per non sbilanciarsi nell’aprire cassetti, cellulari che piombano ancora aperti nella conversazione dalla parte dell’inconsapevole interlocutore nelle borse, gli annuncia il passaggio mattutino del capo in visita pastorale nelle stanze. si controlla il polso, non raddrizza fino in fondo la schiena - nessuno nel mentre che è immerso davvero nel lavoro mantiene la postura medicalmente corretta - e sfoglia in punta di dita delle pagine alla sua sinistra.
buon giorno buon giorno, oggi abbiamo appuntamento alle 4 con le assicurazioni, sì ricordo, ha avvertito la cliente, l’ho avvertita, che tempo di merda, davvero, dovrebbe migliorare?, non lo so non presto molta fiducia nelle previsioni del tempo, bene allora ci vediamo in sala riunioni, certamente.
e fa per ridargli la schiena corpulenta quando, ripetendo lo stupore dell’impiegata, si trattiene a guardargli la faccia. lui capisce come evidentemente ci sia qualcosa di sbagliato ma non sapere che cosa gli impedisce di reagire con la misura più adeguata all’incidente e allora mantiene una posizione vigile da antibiotico ad ampio spettro.
‘ha qualcosa di strano, ma solo da una parte’
cerca di non esplodere in un cioè sguaiato, nel mentre una segretaria ticchetta il pavimento alla ricerca del capo per riagganciarlo alla sua poltrona e al suo telefono.
rinuncia ai pregressi piani di controllo delle reazioni emotive e si infila nel bagno.
col gomito sul vetro del bagno per tenersi fermo la mano la sera prima aveva ricalcato tutta intorno la forma degli occhi - non ti eri mai accorto di avere hai gli occhi da femmina?
quello sinistro è ancora definito di nero.
mentre apre il rubinetto e bagna della carta igienica mentalmente ringrazia billie joe armstrong e i cantanti emo.

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19 April, 2008

Cosa mi passa per la testa

Filed under: Diario — scritto da Kafkahigh @ 10:31

Ecco :


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17 April, 2008

Satisfying the Myth

Filed under: Diario — scritto da Kafkahigh @ 20:11

The Angelic Conversation

Ieri sera , insieme agli amici Palazzi e a SAR Frederik il Magnifico, sono andato a vedere quello che io credevo fosse un concerto e invece era una proiezione con colonna sonora suonata (si fa per dire) dal vivo, di “The Angelic Conversation “ di Derek Jarman. A orchestrare i sintetizzatori, sul palco, un sereno Peter Christopherson, detto Sleazy. Un buon 50% dei Coil. Coadiuvato da Ivan Pavlov dei COH e da David Tibet , dei Current 93 alla voce e un ragazzo bravissimo, al piano, un ragazzo greco di nome Mataragas.
E’ stata un’emozione unica per me vedere sul palco gente che ho ammirato e amato sin da quando avevo 16 anni. Alla fine silenzio ed emozione, mentre David Tibet, con la sua voce freak sussurrava “The dreamer is still asleep”, e poi “please be silent, be silent, be silent”. Un tributo a John Balance, il suo spirito ha aleggiato nella sala dell’Ambrosio per tutta la serata, mentre le immagino ipnotiche e pittografiche di Jarman riempivano lo schermo, e la musica tortuosa, ellittica, vertigine, come una spirale, ci tirava tutti dentro. In un sogno ad occhi aperti.

Frederick ha dovuto tirarmi per un braccio e accompagnarmi davanti ai miei miti viventi, per conoscerli, stringergli la mano, farmi fare un’autografo e poterli guardare negli occhi. Un’emozione unica, alla fine praticamente levitavo di 5 centimetri da terra. Non riesco ancora a capacitarmi. La mia timidezza mi avrebbe impedito di avvicinarmi e invece così, ce l’ho fatta. Grazie ancora Frederick! Mi hai fatto felice come un bambino. A volte ci vuole poco.

Piccola nota stonata, il tipo che leggeva i sonetti di Shakespeare. Caro, non volermene, ma quell’accento di CaltaniZetta proprio non ci stava e poi meno enfasi da teatrino dell’oratorio. Per il resto ti invidio un po’.

Alla fine io e Fefè siamo andati a berci una birra e a ridere e… la storia dell’Alfavit Ljubov andrà sviluppata a dovere. Quindi presto magari mi metterò a fare cabaret, cari.

Per darvi un’idea del film. Eccone uno spezzone trovato su youtube:


PS: Oggi parte il 23mo Festival del Cinema Omosessuale “Da Sodoma a Hollywood” , qui a Torino. Se passate dalle parti dell’Ambrosio, la sera, andate a vedervi un film.

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spiegare lo schema di gioco senza lavagna

Filed under: Diario — scritto da Stee @ 9:15

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elliott erwitt. pennsylvania. pittsburgh. 1950.

ci sono tre condizioni: non conformare la bocca fuori a U intristita e troppo patita per avere la forza di disperarsi, dentro a lamento che comincia con ‘tu non mi hai mai capita veramente’; non assumere quella posizione da full back a braccia serrate come fossi avvitata al terreno come alle tue idee; non usare una mia qualsiasi pausa di respirazione per allestire una tragica fuga secondo la coreografia scuoti la testa (ma più i capelli) - afferri la borsa - sbatti la porta - sipario.
ci sono queste tre condizioni e non sono discutibili e sì, non lo sono perchè lo decido io e lo decido io perchè sto parlando io, adesso.
quando parli ogni tanto io non ti ascolto, e non cominciare a gonfiare il collo, perchè anche tu lo fai, preferiresti raschiarti il terzo occhio con un cacciavite piuttosto che ammetterlo ma lo fai anche tu. comunque io ogni tanto non ti ascolto e succede perchè tu dici cose noiose.
prendine atto, frangere ogni parola fino alla filigrana per capire e perchè lui o lei l’abbiano detto e quali erano le motivazioni che li abbiano spinti a dire o non dire, è mortale.
anche la disposizione dei mobili seguendo il corso del sole, e far germogliare i semi, e la comunicazione emozionale, sono mortali.
vuoi farle, e falle, ma non me ne parlare.
io lo so che a te le parole Indian Powerplus ‘Daytona’ non rizzano i peli delle braccia (quando permetti loro qualche volta di crescere, ma comunque ne sarei a conoscenza, mi basterebbe controllare le fasi lunari, mi hai spiegato anche quello), e che non hai una posizione personale sulla questione se si possa giocare col portiere volante solo a calcio o anche a calcetto, ne sono consapevole.
e quindi non ti ci ammorbo: ma non, come mi stai accusando, perchè voglia tenerti fuori dalla mia vita, ma bensì perchè non voglio che tenti di togliertela, la tua vita, per procurata noia.
non è un dramma, per quanto forse lo preferiresti così da poterci riempire pomeriggi bagnati di tisana a fare autopsia di questo evidente sintomo di fallimento del nostro rapporto con le tue amiche. succede, succede agli uomini e alle donne.
quindi, davvero, non dire che io non ti capisco, perchè capisco benissimo, e mi annoio, e tu pure, ma va bene, l’errore è pretendere che tutto coincida, che noi si sia fungibili e costantemente in interscambio.
che poi a te piace risultare in contrasto con me, per l’effetto che fa, risulti evidenziata nelle caratteristiche opposte.
ora puoi scegliere di infuriarti definitivamente, di credere che sia un insensibile privo di capacità di percezione del pensiero parallelo, che sia un greve materialista e sessista, tutto quello che vuoi, ma almeno non mi potrai accusare di non essere stato chiaro. cade anche la condizione della fuga, però per favore non sbattere la porta che ho mal di testa e poi ogni volta salta l’intonaco e il rabbocco si vede, perchè la vernice asciugando…vabbè.

come ultimo difensore con l’occhio umido non lasceresti scampo a nessun wing.

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16 April, 2008

la gente che dorme sul tram

Filed under: Diario — scritto da Stee @ 9:09

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philippe halsman, anna magnani, 1951

ci sono delle facce che, quando declinate nella stanchezza, sono belle.
è un essere apprezzabile sofferente, certo, senza contorni di luminosità, e anche pudico.
di istinto chi è stanco non pone al centro dei propri pensieri, e come finalità delle poche energie rimaste, l’estetica, salvo poi pensarci tutto insieme, magari passando davanti ad una vetrina, abbozzare appena un tentativo di salvataggio (e ci si accanisce sui capelli, in genere) e poi assumere la vergogna come modalità di approccio per il resto della giornata.
è una bellezza composta, forse perchè motivata, meglio giustificata perchè non irresponsabile, non attribuita soltanto per nascita, ma presente nonostante un fare e anzi anche conseguenza del fare.
io strofino la pelle appena sotto gli occhi con il dorso della mano quando sono davvero stanca, è il mio segnale fisico di fine corsa, forse perchè la fatica, come il dolore, mi entrano dagli occhi e ci stazionano affacciati alla palpebra, come gli anziani al sud davanti alla porta sulle sedie con la seduta di paglia intrecciata.
non so se sia piacevole la mia faccia se sono stanca. però quando mi sembra di puntellarmi il viso sugli zigomi sorridendo perchè ho sonno e vorrei riposarmi percepisco davvero l’età che ho, mi sembra di vedermi senza artifici e di riconoscermi in tutta la stanchezza accumulata, come se risultasse ben distesa l’identità come soggetto che agisce, come se mi disegnassero i contorni le cose che ho fatto e fossero quelle a dichiararmi il nome.
un sorriso stanco è bello da nudo.

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