You feel like a bug!

12 September, 2005

Xolotl

Filed under: Uncategorized — scritto da Kafkahigh @ 21:32

un estratto da The Wild Boys di W.S.Burroughs

Xolotl

Cos’è che fa di un uomo un uomo e di un gatto un gatto? Si era spezzato lì. Si era allungato e allungato fino a spezzarsi. Guardate questi frammenti rimasti: uomo centopiedi, uomo giaguaro, una pianta di pietrapomice che germoglia tra le sue gambe e anche il dolore non è più il dolore di un uomo. Tutto questo era cominciato prima che io arrivassi. Avevo trovato il tempio in rovina, le stele spezzate e nessuno che sapesse più come usare il calendario. Eppure i sacerdoti morti e i loro dei morti ci tenevano prigionieri di una rete magica e ogni giorno il supervisore arrivava dalle rovine del tempio e ci diceva cosa dovevamo fare e ancora per un po’ noi lo facevamo nelle nostre menti e mani anche se sentivamo, percepivamo che non avremmo potuto fare nient’altro. Io ero diverso dagli altri. Osservavo e aspettavo. Un giorno quando il supervisore arrivò col suo bastone magico io alzai gli occhi e lo guardai. Vidi che i suoi occhi erano morti e che non vi era rimasto più nessun potere in essi. Gli strappai di mano il bastone magico con un colpo della mia ascia di pietra. Non riusciva a credere che stesse succedendo e rimase lì in piedi sputando in immagini di dolore la tortura del pesce che trasforma il sangue in fuoco urlante. Calai la mia ascia fra le sue gambe. Gridò e cadde giù annaspando fra le liane e le erbacce della radura. Il mio amico Xolotl lo guardò e sorrise. Si avvicinò e gli mise un piede sulla gola. Xolotl aveva in mano un paletto appuntito. Avvolse una mano intorno ad esso e con l’altra se lo passò su e giù fra le gambe come per grattarsi, fare il fuoco, lo chiamiamo, e accecò gli occhi del supervisore. Poi alzò il paletto e lo calò giù appoggiandosi con tutto il corpo. Il bastone penetrò il ventre del supervisore e lo inchiodò alla terra. Gli altri si erano radunati in cerchio e stavano a guardare. Xolotl prese un tizzone acceso dal falò e fece un fuoco tra le gambe del supervisore. Dopo di ciò si recò al tempio. In una delle stanze del retro trovammo la vecchia sacerdotessa come una lumaca paralizzata. Non potevamo toccarla a causa dell’odore e di una fitta gelatina verde che le ricopriva il corpo, così la agganciammo con delle liane e la trascinammo fuori nella radura. Morì prima che potessimo torturarla. Bruciammo il corpo. Era rimasto vivo un buon terzo di noi, cinque donne e alcuni bambini che non sarebbero sopravvissuti a lungo. Molti di loro avevano la terribile malattia della vecchia sacerdotessa, che fa marcire le ossa dal di dentro. Prima partono le gambe e non puoi più camminare ne’ strisciare intorno come lumache e poi se ne vanno anche il tronco e le braccia. Per ultima la testa. Xolotl ed io riempimmo le nostre sacche e raccogliemmo le nostre asce e coltelli e ce ne andammo nella giungla. Sapevamo che se fossimo rimasti lì avremmo preso anche noi la malattia. E io non volevo stare dove c’erano le donne. Xolotl ed io ce ne andammo nella giungla e vivevamo uccidendo animali o prendendo dei pesci.Posso vedere le trappole per i pesci e le tagliole per i delicati piccoli cervi di giungla o per gli animali che hanno un guscio, potevamo prenderli con le mani e ucciderli schiacciandogli la testa contro un albero. Una volta io schiacciai uno di questi ratti delle zucche e il sangue mi spruzzò tutto addosso. Lo lanciai giù per terra e si contorse e il piccolo punto nero aguzzo fra le sue gambe era duro. Xolotl rise indicandolo con il dito e poi ci stavamo indicando l’un l’altro e ridendo e io mi gettai a terra facendo finta di essere il ratto Xolotl mi sollevò le gambe e facemmo il fuoco mentre scalciavo come un ranocchio. Rimanemmo coricati lì per molto tempo fino che venne la notte e fu freddo sui nostri corpi. Quindi cucinammo il ratto delle zucche nella sua corazza succhiando via fuori tutta la tenera carne bianca. Il mattino seguente mi guardai attorno e decisi che questo era un buon posto. C’era un ruscello blu trasparente con profonde pozze e un sacco di pesci e un banco di sabbia lungo la sponda. Così creammo una radura bruciando gli alberi e costruimmo una capanna issata su quattro grandi pali alti sopra il terreno. Le mosche che pungono non vengono in una radura. I pesci erano facili da catturare con le nostre trappole e lenze. E prendevamo cervi e maiali e grossi ratti nelle tagliole e uccidevamo delle scimmie e altri animali che andavano su e giù per gli alberi con il nostro arco o con delle piccole lance. Ma non uccidemmo più i ratti delle zucche dopo quel giorno. Sapevo che avrebbe portato male farlo. Mangiavamo e nuotavamo nel fiume e ci sdraiavamo sulla piccola spiaggia , al sole e facevamo il fuoco quando ne avevamo voglia. Un sacco di tempo lo passavamo a creare frecce migliori , archi e pugnali più efficienti. Io trovai un legno particolarmente duro e mi costruii un coltello lungo per tagliare il sottobosco. Ci misi un sacco di tempo per lisciare il legno con la sabbia ma quando fu finito riuscivo a tagliare via l’erba dal mio cammino e una volta uccisi un grosso serpente con un colpo solo. Decisi di portarlo sempre con me.

Prendevamo le pelli degli animali e le affumicavamo e strofinavamo i cervelli sulle pelli per farne delle coperte perché faceva freddo la notte. Una notte feci un sogno. Uno spirito blu venne da me e mi mostrò la liana dove viveva e mi insegnò come cucinare la liana insieme ad altre piante per farne una medicina. Il giorno seguente trovai la liana e feci la medicina così come lo spirito mi aveva detto. Quando fu buio bevvi un sorso della medicina e ne diedi anche a Xolotl. Sentii lo spirito venire dentro di me come un soffice fuoco blu e tutto divenne blu. Cademmo giù ringhiando e guaendo come animali. Io salii su un albero e mi appesi a testa in giù da un ramo. Xolotl era un giaguaro, mi tirò giù sulla sabbia e potei udire me stesso gemere la mia testa scoppiava e volava via come stelle che cadono nel cielo strizzando la soffice magica rete mentre spruzzavo il contenuto delle budella sulla sabbia lo spirito del fuoco blu mi riempiva Xolotl e io eravamo parte dello spirito e la liana dove viveva ringhiando e guaendo dentro la mia gola. Giacemmo lì sulla sabbia e io vidi posti come la radura dove erano i templi ma con molti templi e capanne e gente e campi verdi e laghi e piccole palle che volavano per aria. Quando l’effetto della medicina svanì eravamo molto assetati e andammo al fiume per bere. E poi sentimmo un giaguaro nella giungla molto vicino e andammo alla capanna e ci coprimmo con le pelli, stavamo tremando. Il giaguaro fu sempre in giro intorno dopo di ciò e la notte restavamo nella capanna. Mettemmo tagliole e botole con pali appuntiti ma non riuscimmo mai a prenderlo, era sempre là fuori ringhiante, potevamo vedere i suoi occhi brillare nel buio. Xolotl aveva una grande paura del giaguaro. Scivolava gemendo fra le mie braccia come un bambino quando lo sentiva fuori dalla capanna sniffare intorno. Prendemmo la medicina, ma non spesso perché ti lascia con il mal di testa. Vedo la pentola piena di medicina su un piano di pietra al centro della capanna. Xolotl ed io ci inginocchiamo nudi di fronte alla pentola. Riempiamo le nostre piccole bisacce di medicina e ne beviamo. La medicina agisce molto rapidamente. Siamo entrambi duri fra le gambe e aspettiamo che arrivi lo spirito. Xolotl si strofina cervello di animale sul suo pesce. Io mi sdraio alzo le gambe e proprio quando arriva lo spirito lui fa scivolare il suo pesce dentro di me, un pesce blu che nuota nel mio corpo nuotando via dentro il cielo dove la mia testa esplode in una pioggia di stelle. Io lo faccio a lui a volte si aggrappa alla porta della capanna lanciando la testa indietro gemendo nella sua gola mentre io nuoto dentro di lui e posso sentire la mia faccia dentro la sua e finalmente sentire la punta del mio pesce che tocca la punta del suo e si illumina lì di un soffice fuoco blu lui sta spruzzando nella notte ed il fiume gli alberi i canti degli uccelli.

C’era la luna piena quella notte. Andai fuori a vedere le reti per i pesci e lasciai Xolotl nella capanna e gli dissi di non uscire. Ho con me il mio pugnale di legno se il giaguaro mi salta addosso glielo infilerò dritto in bocca. Trovo una pozza argentata e vi getto la rete. Poi sento il giaguaro e le urla di Xolotl. Corro indietro verso la radura e lì di fronte alla capanna vedo Xolotl a quattro zampe. Cercò di dire qualcosa e un ringhio venne fuori invece, la sua testa era girata all’indietro da qualcosa dentro di lui aprì la sua bocca e i denti si spinsero fuori lacerando dall’interno gocciolando, mi guardava e chiedeva aiuto mentre una luce gialla che gli veniva da dentro gli spense gli occhi che cominciarono a luccicare di verde nella luce della luna e il giaguaro era lì torcendosi e agitandosi, ringhiando e guaendo sputando qualcosa dalla sua bocca un terribile odore nero. Il mio pugnale era caduto e io stavo sputando contro un albero. Per un sacco di tempo rimasi lì con l’acre sapore di ciò che avevo sputato ancora nella mia bocca. Infine mi mossi e ripresi il mio pugnale. Il giaguaro se n’era andato. Il giorno seguente lasciai la capanna. Non potevo più rimanere lì. Camminai nella giungla e presi un po’ di pesci. Presto mi ammalai di febbre. L’argilla che tiene insieme il corpo si era rotta. A volte ero un albero o una roccia e restavo seduto in un posto di giorno e di notte , sazio o affamato. A volte prendevo la medicina e vedevo Xolotl tangibile avrei quasi potuto toccarlo e gli parlavo ma quando lui non c’era io non parlavo.

Dopo un po’ non potei più mangiare e smisi di cercare di catturare qualunque cosa. Lasciai il fiume e camminai, pochi passi alla volta , arrivai a una radura e il piede mi rimase impigliato in alcune liane e caddi giù. Non riuscivo ad alzarmi, la gamba era rotta e vidi che era la stessa radura del tempio. Strisciai fino al bordo della radura sotto un albero. Strisciai oltre le ossa del supervisore tra le liane che crescevano tra le sue cosce. Gli altri dovevano essere tutti morti. Anche io sarò presto morto. Mi sdraiai sotto l’albero e aspettati immagini nella mia testa che si muovono e cambiano e scompaiono e tornano mischiate con gli odori e le sensazioni e il gusto delle carne bianca e l’amaro della liana e quello che sputai dal mio stomaco e io ero Xolotl. Vidi che i suoi occhi erano morti cervi della giungla e animali . Strappo il bastone dalla mano del supervisore con le nostre mani. Lancio la mia ascia fra le sue gambe. Lui urla la piccola punta nera dura in erba e liane della radura ridendo ci indichiamo strofinandoci su lo chiamiamo fuoco e spegniamo i nostri corpi. Ancora per un po’ lo facemmo nella nostra giungla. Io non volevo stare dove le donne aspettavano e guardavano. Alzai gli occhi e guardai alle trappole per pesci e alle tagliole. Non c’era rimasto più nessun potere e un guscio la mia ascia di pietra lui non poteva lì la sua testa contro un albero sputando immagini di dolore al fuoco urlante. Xolotl mi lancia intorno e io stavo scalciando come strofinandomi fino a che non arrivò la notte e fu freddo nei nostri occhi. Facendo sommesse nella capanna la notte dura lui era liscio e io potevo vedere i suoi occhi scintillare finiti. Un piano di cervella per fare il fuoco insieme io mi inginocchio nudo di fronte alle gambe aspettando che Xolotl strofini cervello di animale sul mio corpo sulle nostre mani e ginocchia coglioni che esplodono spruzzando stelle animali ringhiando e guaendo sulla porta della capanna tra le gambe ero duro e io che nuoto dentro di lui come un giaguaro la testa che esplode si illumina nel cielo soffice spruzza dentro fuori sulla sabbia lui sta eiaculano rane e canti di uccelli lì con la mia testa contro un albero era notte e adesso la pioggia cade sulla mia faccia e io allungo le mani e ne prendo abbastanza per bere i pesci erano facili da catturare la striscia di sabbia e io vidi cervi e piccoli maiali scalcianti e squittenti nella tagliola molti templi e capanne e gente che andava su e giù per gli alberi. Vedo la pentola piena di notti nella capanna.

Mi sdraio con le gambe verso Xolotl. Lui fa scivolare il pesce dentro di me e tutto era blu nuotare via fin dentro il cielo e io lo faccio a lui a volte lui è Xolotl afferrato da dietro con la testa chinata all’indietro gemendo nella sua gola potevo udire me stesso la faccia nella sua fuori nelle stelle della notte che si illuminano di un fuoco blu soffice quando spruzzo il mio fiume di acqua scrociante e liane. Luce e mosche che pungono sulla mia gamba non riuscivo a sentirle la gamba è come legno eccetto quando la muovo lui ha urlato un fuoco appuntito era rotta dolore di pietra pomice nella gamba dell’animale i morti intorno come pioggia i canti degli uccelli sul mio viso. Non volevo restare e vedere la pentola e la capanna deformata. Xolot, ho avuto un sogno amico mio Xolotl che ride sulla gola del supervisore Xolotl le mie gambe piegate in su verso Xolotl che scalciano verso il cielo. Ancora per un po’ la mia testa contro un albero. Tenni le mani ancora un po’ niente più potere in esse testa contro un albero faceva freddo sui miei occhi luna quella notte solida potevo quasi toccarlo non riuscii la gamba era rotta e i denti si laceravano oltre le ossa verso di me che chiedevo immagini di aiuto tutte mischiate il coltello era caduto io giacevo lì i miei pezzi si muovevano e mutavano contro un albero e sputai dal mio stomaco verde quando venne il giorno e la nebbia si alzò fino alla cima dell’albero proprio sotto alle foglie in cime e guardando giù potei vedere il mio corpo che giaceva lì con le gambe storte e la faccia rinsecchita, le labbra si erano ritirate rivelando i denti potevo vedere e sentire ma non potevo parlare senza una gola senza una lingua sole luna e stelle sul viso giù i vermi nella gamba l’erba cresceva attraverso le ossa. Rimasi sulle cime degli alberi. Quando provavo a sollevarmi oltre gli alberi qualcosa mi tratteneva, non potevo spostarmi dalla radura ne’ sopra ne’ di lato. Senza parola non esiste tempo. Non so quanto tempo era passato. Una volta alcuni indiani arrivarono e costruirono una grande capanna e piantarono manioca e pescarono nel fiume. Io scesi giù per osservarli di notte quando gli uomini lo facevano con le donne nelle amache io mi infilavo tra le loro gambe e sentivo una soffice rete che mi attirava sempre più vicino. Sapevo che se fossi entrato nelle palle dell’uomo e lui avesse spruzzato dentro la donna io sarei per sempre rimasto imprigionato in quella rete. E così me ne stavo distante , su , tra le cime degli alberi. Oppure cercavo di avvicinarmi ai ragazzi e ai giovani uomini quando erano lontani dalle donne. Una volta lungo il fiume due ragazzi ce l’avevano duro e ridevano e si indicavano l’un l’altro avevano fatto un solco nella sabbia e stavano fianco a fianco e si strofinavano mi avvicinai tra le loro gambe e uno di essi mi vide e i due ragazzi scapparono verso la capanna.

Un vecchio bevve la liana e disse che uno spirito malvagio viveva nella radura. Se ne andarono via e la capanna alla fine crollò su se stessa. Dopo di ciò io scesi giù e vissi nelle fredde pietre e nelle liane la pioggia arcobaleno per un lungo tempo rimasi lì non tornai mai più in alto fra le cime degli alberi perché sapevo che non avrei potuto oltrepassarle e non provai più a lasciare la radura rimasi nelle pietre e nelle liane e nei tronchi vicino a terra non potei più muovermi sentivo infatti la rete che tirava sempre di più e i denti che strappavano attraverso le sue gengive sapevo che se avessi avuto paura di mendicare aiuto alle donne sarei stato inerme nella luce gialla che corre dentro di loro morti intorno come canti di uccelli inerme nella rete strofinandosi e io con le mani lo strofinavo per un po’ la mia testa vide me e urlò le ossa verso di me chiedendo aiuto sotto le pietre e le liane potei vedere il mio corpo che giaceva lì vuoto non potei parlare senza una gola il volto rivolto giù ai vermi nella gamba distorta all’indietro
due ragazzi
che ridono nel cielo. Alzai le mie mani. “NO” Corro indietro nella capanna. Ho mendicato per qualcosa mi ci è voluto tanto tanto oh quanto tanto tempo! Polvere degli dei morti come ragnatele nell’aria.

(c) Kafkahigh 2005 - liberamente tradotto dall’originale

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1 Comment

  1. […] William Burroughs, lo trovate nella costola qui a fianco sotto “Pagine” oppure QUI. Poi sarà anche il periodo creativo ma ho messo nuova roba su www.decadenza.org , guardate d […]

    Pingback by KafkaHigh.org » They return to their Earth — 13 September, 2005 @ 1:01

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